'Non morta, ma uccisa'': questo il titolo dell'editoriale, firmato da Marco Tarquinio, che Avvenire, il quotidiano della Cei, dedica alla morte ieri sera di Eluana Englaro. Nell'articolo, Tarquinio chiede
perdono ''per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi sentenziata, come 'gia' morta' e che morta non era''. Ma, prosegue, chiede perdono ''ai nostri figli e alle nostre figlie'', che da oggi ''rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli e' padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d'accusa e pubblico ministero e giudice e boia'': un'allusione chiara al ruolo di tutore e interprete delle volonta' della figlia svolto dal padre Beppino Englaro.
Come è possibile essere così gretti e volgari? Come si può pronunciare delle parole così piene di rancore nei confronti di una persona già piena di dolore come può esserlo un padre che perde la figlia? Perchè questa gente non impara ad avere rispetto degli altri anche quando questi sono ancora vivi e pensano e parlano e non solo quando sono stesi, immobili, in un letto d'ospedale? Perchè un corpo martoriato ha più dignità di un uomo che difende il diritto di quel corpo di morire? E coloro che invocano dio e difendono il diritto di mantenere in vita un corpo ad oltranza si rendono conto che senza le macchine, senza i medici, senza la tecnologia, il loro dio si sarebbe ripreso Eluana 17 anni fa? Lasciamola in pace, ora. Dopo mesi di parole e ipocrisie, dopo che molti hanno trovato il modo di trarre il loro vantaggio da una situazione che richiedeva solo silenzio e rispetto, c'è ancora chi si azzarda a pontificare e non ha vergogna e non ha rispetto. So come si chiama questo, ma non voglio dirlo. Lo sapete anche voi.

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